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LIMITI DELLA PMA IN ETÀ RIPRODUTTIVA AVANZATA


Dalla fine degli anni 50, anche grazie alla diffusione dei moderni metodi contraccettivi, in tutto il mondo occidentale si è verificata una profonda trasformazione del ruolo della donna nella famiglia e nella società, per cui, in previsione di una adeguata sistemazione lavorativa e di carriera, la programmazione della prima gravidanza è a andata a procrastinarsi in maniera significativa. I
L’età media delle primipare, infatti, si è spostata, a seconda delle condizioni sociali e culturali, dai 22,5 ai 30 anni.
A tal proposito a Bologna lo scorso 8 settembre 2007 Nick Macklon di Utrecht (Olanda), durante il VII Sismer Forum, ha riferito che, negli ultimi 36 mesi, nel mondo l’età della donna per ricerca del primo figlio si è addirittura spostata fino ai 34 anni.
Con l’aumentare dell’età femminile vengono inoltre ad evidenziarsi, specie nelle forti fumatrici, i fenotipi latenti della trombofilia, con conseguenze negative nell’ottenimento e nel mantenimento della gravidanza, specie nel corso delle tecniche di Riproduzione Assistita.
Per questa ragione, ha ribadito Macklon, i programmi di PMA nelle donne “over 35” devono considerarsi “IVF in the medically complicated patients”.
 
 
La fertilità della donna comincia infatti a ridursi dopo i 30 anni e decresce rapidamente soprattutto tra i 37 e i 40 anni, a causa della progressiva diminuzione quantitativa e qualitativa degli ovociti, il cui numero è ben stabilito nelle gonadi femminili sin dalla vita fetale. L’impossibilita delle donne a produrre nuovi gameti determina, dopo questa età, progressivi cambiamenti del DNA ovocitario sino alle aneuploidie, proprio a causa del lungo tempo intercorso tra sua formazione nelle cellule germinali fetali e il momento in cui viene poi realmente utilizzato per la fecondazione.
 
L’età maschile rappresenta invece un punto di controversia nella letteratura attuale poiché, al contrario della donna, non risulta essere un elemento certo e selettivo nel determinare reali alterazione del potere fecondante. Nell’uomo non è identificabile un momento equivalente alla menopausa ed infatti si osserva la continua produzione di spermatozoi sino alla tarda età e le alterazioni ormonali, che pure si verificano, non sembrerebbero influenzare tale capacità.
 
In letteratura si ritrovano dati contrastanti sul rapporto età maschile / parametri seminali.
Infatti mentre alcuni lavori sottolineano diminuzione della motilità, altri addirittura sostengono aumento del numero nemaspermico.
 
Un importante lavoro comparso su Fertility and Sterilility nel Maggio 2006, nel quale sono stati analizzati i dati provenienti dal Registro Nazionale FIVET Francese (FIVNAT) ed in particolare l’età paterna di 1938 coppie sottoposte a PMA per sola indicazione tubarica, vale a dire casi in cui tutti gli altri fattori di sterilità, compreso appunto quello maschile, erano stati esclusi. Premessa quindi la normalità del liquido seminale, questo studio retrospettivo non solo ha confermato l’influenza negativa dell’età nella donna, ma ha dimostrato anche un netto aumento di fallimento riproduttivo nelle coppie con partner maschile “over 40” rispetto a quelle in cui l’età paterna era inferiore a 30 anni. Tale differenza si è dimostrata maggiormente evidente quando anche l’età femminile superava i 35 anni.
 
 
Teoricamente quindi, sulla base dei suddetti dati statistici, possiamo desumere che anche nell’uomo l’età potrebbe interferire con la fertilità; ad oggi però manca la ricerca scientifica di base che lo documenti. Non sono infatti completamente noti i meccanismi che regolano il potere fecondante del maschio, per cui risulta ancora difficile stabilire i criteri entro i quali confinarne la fertilità. Sarebbe per esempio interessante valutare la funzione mitocondriale degli spermatozoi umani in relazione all’età, indagine questa che abbiamo recentemente proposto in un articolo comparso su Internatinal Journal of Andrology lo scorso Giugno 2007.

A tutto ciò si deve aggiungere che con l’aumentare dell’età permangono e si sommano nel tempo eventuali fattori negativi per la fertilità individuale (alcool, fumo, inquinamento ambientale ed alimentare etc) o noxe notoriamente nocive per la funzionalità gonadica (varicocele nell’uomo, endometriosi nella donna e/o infezioni genitali, diabete, ipertensione e obesità per entrambi).

Per ovviare a questi inconvenienti relativi al fenomeno sociale dell’innalzamento dell’età riproduttiva la Diagnosi Genetica Preimpianto (PGD) si è proposta nel mondo come nuova metodologia per identificare, grazie ad una tecnica definita Ibridazione in Situ (FISH), le aneuploidie prima dell’impianto, specie nelle coppie ad elevato rischio genetico e riproduttivo.

In un “felice e proficuo passato recente”, vale a dire prima della assurda Legge 40/2004, ciò era possibile soprattutto in Italia, dove gli scienziati mettevano il loro sapere a disposizione delle coppie e del mondo scientifico internazionale.


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